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Diritto alla libertà culturale

Il diritto alla libertà culturale, come sancito nella Carta di Palermo, afferma che tutte le persone devono poter esprimere, praticare e sviluppare le proprie identità culturali, linguistiche e religiose senza timore di esclusione o discriminazione. La Carta propone una visione della città come spazio di scambio, in cui tradizioni, pratiche e forme di conoscenza diverse convivono e interagiscono. La Carta invita a forme di convivenza che vadano oltre la semplice tolleranza, verso una visione più sostanziale e partecipativa dell’appartenenza.

Nel XXI secolo, Palermo è stata un centro importante di movimenti sociali e istituzioni che favoriscono l’espressione culturale e lo scambio interculturale tra persone e comunità diverse. Molto di questo lavoro promuove allo stesso tempo i diritti umani. Imprese sociali come Moltivolti, centri sociali e movimenti come Maldusa, e numerose organizzazioni comunitarie e festival svolgono questo lavoro. La Chiesa di Santa Chiara è stata particolarmente importante come spazio nel quale le comunità migranti organizzano i propri incontri, spesso invitando persone di altre culture a partecipare e creando occasioni in cui le persone si sostengono a vicenda. Anche gran parte della street art a Palermo riflette questo intreccio tra espressione culturale e diritti umani.

Le numerose associazioni nelle comunità migranti e diasporiche sostengono quotidianamente il diritto alla libertà culturale. Organizzazioni come la Bangla School, partner nel progetto, e le diverse scuole della comunità Tamil insegnano ai giovani le lingue, la storia e le pratiche culturali dei loro antenati. Associazioni come l’Unione degli Ivoriani in Sicilia (UNIS), un’altra partner nel progetto, organizzano festival che celebrano i diversi gruppi etnici del loro Paese, invitando anche persone di altri gruppi etnici e nazionalità, inclusi gli italiani. I membri di UNIS si riuniscono inoltre ogni settimana per cucinare, mangiare e socializzare, mantenendo vivi i legami e le pratiche culturali della comunità. Esempi simili si ripetono nelle numerose comunità migranti e diasporiche di Palermo.

Allo stesso tempo, molte persone nelle comunità migranti e diasporiche continuano a subire discriminazione e intolleranza nei confronti delle loro identità e pratiche culturali. I partecipanti a questa ricerca, soprattutto persone nere e musulmane, hanno raccontato diverse esperienze di discriminazione e di negazione del diritto alla libertà culturale e all’espressione.

Festival ghanese nel “Cortile dei migranti” presso la Chiesa di Santa Chiara.

  • “Ogni giovane che cresce e studia qui merita di essere riconosciuto per il suo vero valore.”

    —Membro della comunità ghanese

  • “Gli italiani sono così amichevoli, la maggior parte di loro... ma alcuni sono un po’ ignoranti... anche in questo mondo moderno, nel 2026, ci sono ancora molte persone razziste.”

    —Membro della comunità ghanese

  • “Ogni cultura ha un proprio valore intrinseco. Nessuno dovrebbe essere costretto ad adattarsi completamente all’ambiente che lo circonda.”

    —Membro della comunità Tamil

  • “Mi sento italiana, ma mi sento anche Tamil: è la mia seconda identità culturale, ma non seconda per importanza.”

    —Membro della comunità Tamil

  • “Rispettare una persona significa anche rispettare la sua cultura.”

    —Membro della comunità nordafricana

  • “La città sta cambiando: molti sforzi sociali e culturali lavorano per promuovere il rispetto e la convivenza, e questo dà speranza che le cose possano davvero migliorare.”

    —Membro della comunità bangladese

  • “Per quanto io parli bene la lingua o capisca la loro cultura italiana, non vengo mai vista davvero come normale. C’è sempre una linea invisibile tra me e loro. Posso fare tutto bene, parlare come loro, studiare come loro e perfino comportarmi a volte come loro, ma sarò comunque ridotta a quella ragazza. Sembra che la mia identità, il mio comportamento, il modo in cui mi presento, parlo e faccio tutto sia deciso per me e non da me. E per quanto io provi a cambiare la situazione, non è mai abbastanza.”

    —Membro della comunità ghanese

  • “Sono una danzatrice di Bharatanatyam. Dopo uno spettacolo di Bharatanatyam, se il giorno dopo andavo a scuola indossando ancora le mie mardani, cioè le cavigliere, i miei compagni mi prendevano subito in giro, facendo gesti per imitare la mia danza. Per loro era tutto molto divertente; per me, invece, era profondamente doloroso. Mi sentivo sempre sotto esame, come se fossi giudicata e derisa, e questo mi faceva sentire estremamente a disagio. Vorrei davvero che gli altri capissero che le nostre abitudini, la nostra cultura e le nostre tradizioni meritano rispetto. Non c’è bisogno di giudicare o ridere di cose che non si capiscono. Ciò che conta è informarsi, cercare di capire l’origine di queste pratiche e le ragioni che ci stanno dietro, invece di ricorrere alla derisione. Ogni persona ha il diritto di essere sé stessa senza sentirsi esclusa o ‘diversa’ per questo.”

    —Membro della comunità Tamil

  • “Quando si parla del riconoscimento dell’Islam italiano, questo non esiste. Quindi da un lato c’è il diritto. Dall’altro, no. C’è il diritto di esprimerti. Anche intellettualmente: puoi creare un’opera, scrivere una poesia, uscire e protestare. Puoi farlo benissimo. Ma ti isolano. Per esempio, se esci a protestare, vieni inquadrato in modo diverso. Soprattutto se sei musulmano, entri in una zona di pericolo in qualche modo.”

    ‍ —Membro della comunità marocchina